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Addio ai certificati medici per lo sport?

ROMA – Il 19 ottobre il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge del Ministro della Salute, Livia Turco, che prevede numerose ''misure di semplificazione degli adempimenti amministrativi connessi alla tutela della salute''. Tra le ''semplificazioni'' è compresa l'abolizione di alcuni tipi di certificati, ritenuti ''inutili o obsoleti''. Il certificato di idoneità alla pratica sportiva non agonistica, per lo più un'attestazione di sana e robusta costituzione rilasciata dal medico di famiglia, è fra di essi. Il primo commento che sale alla mente è che si è cancellata un'ipocrisia. Quel certificato, così com'era, costituiva solo un atto burocratico che nessuna effettiva idoneità poteva garantire. In alcuni casi era anche un costo, non sempre essendo compresa tale certificazione tra le prestazioni gratuite cui è tenuto per convenzione il medico di base. Quindi, alla fine, per il praticante sportivo cambia poco. Siamo meno d'accordo con il Ministero, invece, nell'idea che quel certificato non abbia bisogno di essere sostituito. Prudenza vorrebbe che coloro i quali si accostano alla pratica sportiva, ancorché non agonistica, si sottomettessero a qualche accertamento vero, anche per tarare su dati scientifici la tipologia dell'attività. Pertanto, se cancellare il generico certificato di idoneità consente alla pubblica ammnistrazione e alle famiglie di risparmiare qualcosa, ciò lascia inalterata l'annosa questione della tutela sanitaria dell'attività sportiva. La certificazione ''vera'' oggi non è facile da ottenere: le strutture pubbliche specializzate sono del tutto insufficienti e quelle private praticano tariffe che non tutti possono permettersi di pagare. L'abolizione della certificazione quasi certamente spingerà le famiglie e le società sportive ad imboccare la strada dell'assenza totale di controlli piuttosto che invogliarle a scegliere l'altra, più onerosa, di un esame effettivo. Va bene che siamo un Paese in cui, stando alle notizie di questi giorni, il Servizio Sanitario Nazionale commette nelle sue strutture fin troppi errori per pensare di addossargli altri compiti, ma la via della deregulation assoluta non è certo la migliore. In agonia la medicina scolastica, abolita la visita di leva, la popolazione italiana attualmente non ha più occasioni per uno screening di massa, faccenda che tradotta in termini di prevenzione delle malattie sarebbe da considerare un investimento e non una spesa infruttuosa. Ripensare l'intera materia della tutela sanitaria delle attività sportive dovrebbe perciò essere uno dei capitoli su cui fondare l'attesa riforma dello sport. In ogni caso l'ultima parola è rimandata al Parlamento che ha il potere di approvare o rigettare il provvedimento. Intanto però, a livello regionale la deregulation è già una realtà. E' notizia di un mese fa che la Regione Emilia-Romagna ha ''declassato'' molti dei corsi di attività sportiva, a semplice attività ludico-motoria. Non che l'attività in sè sia cambiata, ma semplicemente con un escamotage di pura semantica, ciò che prima era sport ora non lo è più e ciò che prima necessitava, soprattutto nelal popolazione adulta e anziana, di un utile certificato medico, ora non ne necessita più. Certo, anche qui un bel risparmio di denaro (25-30 euro a persona), ma a quale prezzo in termini di prevenzione sanitaria? Se questo è il modello di semplificazione che questi governi intendono compiere, ci sono da fare profonde riflessioni. Forse un maggiore impegno dei medici nel fare una utile e approfondita visita, ed una certa loro onestà in termini tariffari e, talvolta, anche di rilascio di ricevuta fiscale (a volte ''dimenticata'') da poter detrarre dalle imposte, probabilmente avrebbe facilitato economicamente tutti, alzando ulteriormente l'attenzione sul tema della salute e del monitoraggio della popolazione. Ma è fin troppo facile nel nostro Paese risolvere i problemi a colpi di decreti e delibere…

L’autore - Chi è Redazione

Settimanale d'informazione del Centro Sportivo Italiano Comitato di Ravenna

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