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La buona politica dello sport

La buona politica dello sport

Assistere, come una settimana fa, ad interrogazioni parlamentari sui rigori di Juventus-Roma lascia piuttosto perplessi, ma non perché lo sport non abbia diritto di asilo nel mondo della politica, ma piuttosto perché lo sport è cosa talmente seria e con riflessi sociali talmente importanti che avrebbe bisogno di veder speso meglio il tempo di lavoro dei politici piuttosto che assisterne ad uno spreco su un rigore dentro o fuori dell’area. Fin troppo spesso i governi nazionali o locali, reputano lo sport una delega di “serie B”, lasciandolo senza portafogli, senza discutere dei suoi problemi, senza risorse umane e non di rado sotto la guida di politici poco competenti o annoiati che passano la legislatura a presenziare a premiazioni e pronunciare discorsi ripetitivi e retorici. Tutto ciò salvo poi riscoprire lo sport al momento di grandi eventi o delle elezioni amministrative, con un turbine di promesse e trionfalismi troppo spesso destinati all’immediato oblio.

Eppure non si può certo ignorare il valore dello sport sulla vita della gente e diventa inspiegabile il motivo per cui i politici ne parlano tanto ma non si comportano con coerenza. Ad esempio, il suo impatto sulla salute, dove ormai certo che una attività fisica continuativa impatta sulla crescita corretta dei bambini e previene o riduce malattie croniche importanti negli adulti. Ciò porta ad una riduzione di prestazioni sanitarie e di consumo di farmaci e ad un risparmio per Stato e Regioni. Ma se questo è vero, perché allora lo Stato o la Regione non reinveste una parte di questi soldi per sostenere lo sport e incentivarlo su tutte le classi sociali? Perché vengono pagati farmaci e visite ma lo sport è invece in “fascia C”? Lo stesso dicasi per l’aspetto educativo dei giovani, che tutti riconoscono ma che nessuna istituzione sostiene in modo concreto. Oppure dell’impatto socializzante e aggregativo sugli anziani, salvo poi vedere come gli orti e i centri per ballare il liscio ci sono, ma uno spazio per fare ginnastica dolce per quegli stessi anziani non lo si trova mai.

E infine l’aspetto economico: attorno al mondo dello sport dilettantistico ruota una economia fatta di persone che ci lavorano, di strutture che funzionano, ma anche di turismo, perché un evento muove centinaia o migliaia di persone che pernottano in albergo e mangiano al ristorante. Sembra logico che una amministrazione locale possa investire in eventi anche piccoli, pur di portare economia e visibilità al territorio; ma non è sempre così scontato e spesso gli oneri sono a carico di chi fatica ad organizzare e a reperire spazi e risorse, mentre gli onori vengono ripartiti con l’amministrazione locale che tende frequentemente a vivere di luce riflessa.

Insomma lo sport fa bene al corpo e all’anima, alla società e alla economia, toccando tutte le famiglie e gli strati sociali. Ma non basta dirlo, servono buone politiche di sostegno, vero e coerente, servono gesti concreti e scelte coraggiose, senza adagiarsi troppo sulla buona volontà di chi ci lavora con passione e spesso con gratuità. Serve cioè dimostrare di crederci nei fatti senza continuare a relegare lo sport come il solito fanalino di coda nella scala degli interessi pubblici.

L’autore - Chi è Marco Guizzardi

Vicepresidente provinciale, Consigliere di Presidenza Nazionale, Responsabile del Team Nazionale Innovazione e Tecnologia, Responsabile Nazionale Ufficio Rendicontazione Coni

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