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CONI: la politica esclude il CSI dalle nomine

ROMA – Ha contribuito più di tutti alla costruzione della storia dello sport in Italia. Eppure il Centro sportivo italiano, fucina d’atleti e luogo di elaborazione dello sport per tutti, è stato lasciato fuori dalla stanza dei bottoni dello sport nazionale. Per la prima volta infatti un rappresentante degli enti di promozione sportiva sarebbe dovuto entrare nella Giunta del Coni, il consiglio dei ministri dello sport italiano. Lo aveva stabilito, finalmente, il nuovo statuto, per rendere giustizia a chi promuove lo sport di base. E il posto sarebbe dovuto essere di Edio Costantini, presidente del Csi, l’ente di promozione sportiva più antico e più rappresentativo. Ma i 75 elettori del Consiglio federale del Coni, che lo dovevano eleggere sulla scia anche di quanto è accaduto in 38 giunte e in 88 consigli provinciali e regionali del Coni, dove il rappresentante del Csi è stato preferito a tutti gli altri, hanno fatto lo sgambetto a Costantini, eleggendo Claudio Barbaro, presidente dell’Asi, il braccio sportivo di Alleanza nazionale. Barbaro è uomo di Storace, appassionato promotore di attività sportive come il wrestling, la caccia e il culturismo. Rischiava di restare senza posto, dopo la sconfitta di Storace, che per lui aveva inventato Agensport, unico caso di agenzia regionale di promozione sportiva. Così, come per il suo capo riciclato nel nuovo Governo Berlusconi alla Sanità, anche per Barbaro andava trovata una poltrona. «Vittoria dei giochi di Palazzo», commenta Edio Costantini, che questa settimana riunirà a Roma gli stati generali del Csi per discutere una proposta che potrebbe cambiare il volto dello sport italiano: «Il Coni deve ritirarsi in un angolo. Si occupi solo dello sport olimpico e lasci campo libero alla costituzione di un’agenzia nazionale per lo sport. Il Coni ha fallito il suo compito: non garantisce una politica di sviluppo della promozione sportiva. È per questo motivo che ha preferito collocare in giunta chi rappresenta una parte davvero trascurabile dell’associazionismo sportivo di base». In realtà il Csi dà fastidio, parla chiaro da sempre sul doping, sui bilanci delle grandi società sportive, sulla stranezza della giustizia sportiva, sul ruolo esorbitante del calcio nella gestione del nostro sport. Insomma, Costantini in Giunta sarebbe stato una sorta di mina vagante. Oltre tutto il suo programma è sempre stato chiaro. Pochi giorni prima delle elezioni della Giunta non aveva avuto remore a dire che «il Coni appare aleatorio e confuso in materia di sport per tutti o di servizio sociale». In effetti, la promozione dello sport non figura nemmeno tra i compiti attribuiti al Coni dal suo nuovo statuto. Commenta Edio Costantini: «Probabilmente il Coni stesso ha voluto che fosse così». Come dire che il manovratore non va mai disturbato: «Lo sport per tutti è un clandestino a bordo del Coni. Non contano 10 milioni di persone che praticano sport a fini sociali nel governo dello sport italiano». Nel 1977 il Coni aveva costituito un Comitato per lo sviluppo dello sport per applicare la "Carta europea dello sport". «Fu lasciato morire, senza finanziamenti e poteri reali», commenta il presidente del Csi. Nel 1995 è il Comitato olimpico internazionale a sollecitare i comitati olimpici locali a promuovere lo sport per tutti. Va in scena un altro organismo promosso dal Coni, che fa la fine del precedente. «Il Coni non vuole mollare nessun briciolo di potere, ma continua a spendere risorse solo per i tesserati delle sue Federazioni, che sono 3 milioni e mezzo a fronte di quasi 12 milioni di sportivi praticanti tesserati altrove. Non vuole innovare», denuncia ancora il presidente del Csi, « si chiude sulle discipline tradizionali e arranca dietro alle nuove, nonostante siano ormai 280 gli sport praticati dagli italiani, secondo gli ultimi dati dell’Istat». CONTROLLORE DI SE' STESSO Bisogna uscire dall’equivoco: «Il Coni deve dire cosa vuole fare, cioè se intende rappresentare davvero tutto lo sport italiano oppure solo quello olimpico. Nel secondo caso si metta da parte». Poi c’è la questione del doping. Il Coni è controllore di sé stesso e così aumentano gli scheletri nell’armadio. Osserva il presidente del Csi: «La direzione nazionale antimafia spiega che ci sono almeno 500.000 persone che ricorrono all’aiutino, più o meno pesante. E che attorno a esso il business è enorme. Quando noi denunciavamo la diffusione delle sostanze nelle palestre ci hanno sbeffeggiato, salvo poi aver ragione in base alle denunce delle procure. Ma il Csi queste cose nella Giunta del Coni non le può andare a dire. Sappiamo che la diffusione del doping è cresciuta del 25 per cento dal 2003 al 2005. Che fa il Coni? Non lo sappiamo. Ma sappiamo quello che ha fatto in passato: nulla». DOPING DI STATO Non è un bel segno neppure la nomina per cooptazione di Manuela Di Centa a vicepresidente vicario del Coni effettuata dal presidente Petrucci: «È finita nella brutta storia del cosiddetto doping di Stato, il trattamento del professor Conconi con l’epo di decine di atleti di livello». La storia non è tanto lontana. Il Tribunale di Ferrara ha assolto Conconi dall’accusa di frode sportiva per prescrizione. Ma la procura antidoping del Coni fu costretta a occuparsi degli atleti azzurri coinvolti. Anch’essi furono prosciolti, vista la decorrenza dei termini. Nella motivazione della sentenza, pubblicata l’anno scorso, si fa tuttavia notare il «quadro d’assieme sconsolante», anche perché buona parte di quegli atleti oggi rivese incarichi dirigenziali. «Era proprio necessario la Di Centa?», domanda il presidente del Csi. Ma Manuela Di Centa era responsabile delle politiche sportive di Forza Italia. È un altro dei motivi per cui il Csi ora dice basta con il Coni. di Alberto Bobbio

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Settimanale d'informazione del Centro Sportivo Italiano Comitato di Ravenna

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