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CSI: nessuna soggezione di Petrucci e del Coni

ROMA – Il CSI non è contro il CONI, anzi ne rispetta la fondamentale funzione istituzionale. Non lo è stato prima delle elezioni della Giunta, non lo è dopo. Ma nemmeno soffre di soggezione. Se ha delle cose da dire, le dice in libertà, secondo scienza e coscienza, e in uno spirito di ricerca della verità. Il mantenimento dell'unitarietà del sistema sportivo italiano è stato negli ultimi anni uno dei cavalli di battaglia del CSI, anche quando una posizione del genere risultava anomala all'interno del mondo degli Enti di promozione. C'è ampia documentazione in proposito. La scelta dell'unitarietà nasceva dalla consapevolezza che quello sportivo è oggi un fenomeno complesso e differenziato. Suddividerlo in compartimenti stagni non recherebbe vantaggi plausibili e certo complicherebbe la vita proprio a chi è impegnato a livello territoriale, dove certe distinzioni teoriche tendono ad annullarsi, e la promozione dello sport si realizza quasi sempre come un compito comune. Ma questa visione non può rappresentare una posizione passiva o di consenso incondizionato. Al CSI sta a cuore soprattutto una cosa: la promozione dello sport giovanile, e meglio ancora la promozione di uno sport giovanile che sia fattore di educazione, che generi senso alla vita dei ragazzi, che comunichi valori importanti. Sappiamo bene che l'interesse primario del CONI è curare lo sport finalizzato alla preparazione olimpica. E questo compito il CONI lo svolge molto bene e volentieri gliene rendiamo pubblico riconoscimento. Vorremmo tuttavia che una cura altrettanto grande e mirata fosse dedicata a promuovere lo sport giovanile come opportunità educativa, intensificando tutto l'impegno possibile per restituire una forte connotazione etica almeno allo sport di base. Questa attenzione non la vediamo. L'abbiamo attesa per anni, ma non riusciamo ancora a vederla. Così come abbiamo atteso e vorremmo sentire dal CONI parole chiare sul futuro dello sport di servizio sociale. Perché se è vero che tutto lo sport svolge una funzione sociale, è ancor più vero che non tutto lo sport è uguale, non tutto ha uno stesso fine primario, non tutto educa. Sta emergendo forte nel Paese una domanda di sport come strumento per raggiungere fini sociali primari, come la tutela della salute, l'educazione permanente, la lotta al disagio e alla marginalità e la coesione nazionale. A chi appartiene il compito di curare lo sviluppo di questi ambiti così importanti? Al CONI? Agli Enti di promozione? Alla Scuola? Alle Regioni? Ai privati che aprono palestre e scuole calcio a fini speculativi? A chi appartiene il compito di investire in uno sport giovanile di qualità? A chi spetta spingere l'associazionismo di base a puntare sulla qualità (anche umana, etica) delle proposte piuttosto che sul mercato delle tessere e sulla speculazione a danno del socio "cliente"? Abbiamo stimolato il CONI ad assumersi le proprie responsabilità in questi campi, chiedendo fatti concreti, in particolare chiedendo un'adeguata politica sportiva giovanile che coinvolgesse Federazioni ed Enti di promozione. Se il CONI non ce la fa o non ritiene di assumersi seriamente anche questa responsabilità (per mancanza di soldi, di idee, di interesse…), è sufficiente che lo dica con chiarezza (al Governo, al Ministero…) ed una soluzione salterà fuori. Il CSI non sollecita le istituzioni a cambiare lo status del CONI e i suoi compiti: non sarebbe rispettoso per le istituzioni, non sarebbe rispettoso per il CONI.Il CSI si limita a chiedere ragione del perché nel nostro Paese non sia possibile avviare e sviluppare un progetto diffuso di sport educativo per i giovani, che sono il futuro del Paese e dunque il capitale umano da formare e sul quale vale la pena investire qualche risorsa.È chiaro che il CSI non ce l'ha con il presidente Petrucci ed é inutile continuare a discutere su quanto avvenuto a margine dell'elezione della Giunta CONI. Noi desideriamo un CONI non che tenda a spaccare e a mettere in concorrenza le diverse componenti del sistema sportivo italiano, ma che metta in armonia e unità di intenti tutte tutte le forze vive del sistema: Federazioni ed Enti di promozione. Ci sono battaglie grandi che non si possono vincere da soli, ma tutti insieme. Doping e violenza da stadio sono tra quelle. Il CSI lo dice da anni, e non solo da ieri, che il doping e la violenza ultras non si vinceranno mai con le sole misure repressive di polizia. Occorre battere contemporaneamente sul tasto della prevenzione, restituendo contenuti e valori all'attività giovanile, diffondendola in ogni piega sociale, lavorando di concerto. Pensare che risolvere questi due problemi sia cosa che spetta soltanto alle Forze dell'Ordine e alla Magistratura, è un modo di rifuggire le responsabilità proprie dello sport. È verissimo che la lotta al doping attraverso l'antidoping il CONI l'ha varata da tempo, è altrettanto vero (perché dimostrato da tanti episodi) che le commissioni antidoping servono a poco, che saranno sempre un passo indietro ai professionisti del doping, che il doping sta arrivando anche lì dove i controlli non ci sono e non potranno mai esserci: nello sport dilettantistico. Il CSI ne prende atto e chiede che si cambi strategia, puntando in modo forte e convinto sull'educazione allo sport e attraverso lo sport. Sulla qualità della proposta sportiva. Tutto qui. di Edio Costantini (Presidente Nazionale CSI)

L’autore - Chi è Redazione

Settimanale d'informazione del Centro Sportivo Italiano Comitato di Ravenna

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