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Facciamo nuovi stadi ma che siano per tutti

“La vita è sogno” sosteneva Calderon della Barca. Tra coloro che vivono la realtà come fosse un sogno, e viceversa, ci devono essere i massimi dirigenti dell’Italia calcistica. Mercoledì scorso, proprio mentre l’Istat rendeva noto che è aumentato il numero delle famiglie italiane sotto la soglia di povertà, il presidente della Lega calcio professionisti esternava sulla necessità di costruire nuovi stadi, “in accordo con le municipalità”, per riportare all’ovile i tifosi che ne stanno fuggendo. Stessa cosa avevano detto qualche giorno prima il presidente della FIGC e altri dirigenti calcistici che vanno per la maggiore. La loro tesi comune è che occorrano impianti nuovi e che questi, per essere “attraenti”, vadano concepiti come parte di grandi complessi commerciali. Il paradiso del tifoso da loro sognato prevede che l’ipotetico spettatore vada allo stadio con famiglia al seguito, lasci la macchina nel parcheggio a pagamento, faccia shopping nei supermarket e negli outlet tutt’intorno, depositi i figli più piccoli nel kinderheim di zona, anch’esso a pagamento, mangi qualcosa al ristorante e infine si conceda il piacere di comprare il biglietto e assistere alla partita. È chiaro che i club, incassando royalties da queste attività commerciali, o addirittura gestendole in compartecipazione, farebbero affari d’oro. Non c’è che dire: si tratta di un teorema ardito, visto che la situazione reale delle famiglie è quella disegnata dall’Istat. Di questi tempi gli stessi ultras,, attraverso i loro tam tam, mandano messaggi per dirsi stufi di essere spremuti fino all’ultimo euro. C’è ora da sperare che le invocate municipalità non abbocchino, che magari ripensino alla storia degli stadi di Italia ’90, e comunque capiscano che se aree verdi da edificare ad impianti sportivi esistono ai margini delle loro città, più economico e più utile sarebbe farne centri polisportivi aperti alla cittadinanza invece che paesi dei balocchi per famiglie di tifosi spendaccioni che non esistono. Negli ultimi anni insieme alla mappa del benessere è molto cambiata anche la faccia dell’Italia sportiva, e ormai per molta gente il bisogno di fare sport è di gran lunga prioritario rispetto al bisogno di guardare gli altri che fanno sport. Solo chi persiste a vivere sognando un mondo governato dal business del re pallone stenta a rendersene conto. di Edio Costantini (Presidente Nazionale Csi)

L’autore - Chi è Redazione

Settimanale d'informazione del Centro Sportivo Italiano Comitato di Ravenna

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