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L’Oratorio che cambia

L’Oratorio che cambia

Quando non c’era l’oratorio, l’estate era solo una pausa vuota fra la fine delle scuole e l’inizio del nuovo anno fra i banchi. “L’oratorio – dicono i parroci – è diventato il cuore e il motore della parrocchia e non solo. Ci vengono anche le nonne, a preparare i pasti dei bambini.

Specialmente al Sud, se non ti inventi qualcosa, d’estate puoi solo guardare i turisti che vanno verso il mare“.

Le strutture e le presenze oratoriali in tutta Italia sono in continua crescita. Da qui la necessità di un scambio di esperienze e di un continuo aggiornamento formativo che ha portato all’ideazione dell’Happening degli Oratori che, dopo una prima edizione nelle diocesi di Bergamo e Brescia nel 2012 ed un incontro per i responsabili a Loreto nel 2013, ha vissuto ad Assisi un nuovo appuntamento sul tema “LabOratori di Comunità”.

Nello specifico i dati stimano che nel nostro Paese ci siano 7.000 oratori, 1,5 milioni di bambini accolti da oltre 300 mila animatori. Ogni giorno gli oratori aprono le proprie strutture a bambini e ragazzi, senza distinzione di età, estrazione sociale, etnia, lingua o religione proponendo progetti educativi a vari livelli e fornendo una risposta affidabile alle sempre più pressanti richieste di aiuto e sostegno delle famiglie. Sono luoghi che aggregano (“C’è vita oltre la play-station“), sono economici, creativi e creano posti di lavoro: come quelli dei giovani animatori che sostituiscono i religiosi. “Abbiamo sempre avuto – dice infatti don Marco Mori, presidente del Forum degli Oratori – i sacerdoti come responsabili. È forse l’ora di decidere che ci siano anche i laici a fare questa cosa. Ci vogliono figure preparate e responsabili, in grado di portare avanti questa storia che è ancora da scrivere“.

Un tempo, si sa, era il sacerdote il fulcro di tutto, l’educazione dei ragazzi passava attraversi di lui, passava, per così dire, dall’alto. Oggi, il cambiamento in atto vuole che ad occuparsi dei ragazzi in oratorio siano gli stessi ragazzi che diventano così operatori già a 14 o 15 anni. Insomma, da utenti ad operatori di terza generazione il passo è breve. Ma a volgere al cambiamento non sono solo i protagonisti ma anche la personalità stessa dell’oratorio, la percezione che ha dell’oratorio sia chi lo frequenta, sia chi lo osserva da fuori: sono aumentate le attività da “fare”.

Questo posto è diventato simpatico, fruibile, vicino ai ragazzi che vengono volentieri perché non “usano” un servizio già preparato ma sono chiamati a inventarlo: ci si applica con il teatro, lo sport, i giochi, la musica, il cinema.

Di solito gli oratori sono poi facilmente raggiungibili, locati nel centro dei paesi, i loro programmi e progetti appaiono chiari e comprensibili alle famiglie. Per non parlare della loro accessibilità economica dell’oratorio, cosa che, dati i tempi di crisi, non è per nulla sottovalutabile.

Del resto, in estate se vai a un centro sportivo ti chiedono 250, 300 euro alla settimana, l’oratorio in media costa 30 euro, quaranta se è previsto anche il pasto.

Per i baby operatori si fanno incontri di formazione, per i direttori senza tonaca, invece, c’è anche un corso di perfezionamento all’Università di Perugia, dedicato a “Progettazione, gestione e coordinamento dell’oratorio“. Il corso è iniziato due anni fa, 50 iscritti in media.

Quest’anno abbiamo anche 3 frati e 4 sacerdoti, ovviamente già laureati. Loro sono venuti per fare meglio un lavoro già sicuro, ma anche altri giovani hanno trovato un mestiere e anche uno stipendio da 1.100, 1.200 euro al mese per 38 ore di lavoro“, spiega – Marco Moschini – il docente di filosofia teoretica e direttore del corso. Per insegnare alle elementari un tempo bastavano quattro anni di Magistrali e adesso serve una laurea quinquennale. Se lo guardi da fuori, l’oratorio sembra avere una gerarchia, con il responsabile, gli animatori e sotto ancora i bambini ed i ragazzi. È invece un solo universo che deve rapportarsi con esigenze sociali, ecclesiali e territoriali. È un presidio educativo e ha bisogno di figure specializzate, urge perciò una necessaria progettazione didattica e serve anche una pedagogia dell’inclusione.

Fonte: CSI Welfare Nazionale

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Settimanale d'informazione del Centro Sportivo Italiano Comitato di Ravenna

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