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Montali: nello sport non si vince senza rinunce

Manca meno di un mese alla Convention, che ogni anno il Csi rinnova ad Assisi, convocando giovani, dirigenti, e operatori per riflettere insieme su argomenti associativi di attualità. Il tema del 2005 é «Liberiamo lo sport dai cattivi maestri»: slogan che accompagnerà la stagione sociale Csi fino al 2006. Dall’8 all’11 dicembre, la conferenza nazionale avrà un ricco programma da condividere, tra talk show, dibattiti, e approfondimenti. Nella mattinata di venerdì 9, un’ora intera sarà dedicata a un confidenziale «a tu per tu» dal titolo “Leader si diventa” con Gian Paolo Montali (nella foto), ct dell’Italvolley maschile, campione d’Europa. Eccezionale motivatore e grande comunicatore, il coach azzurro anticipa alcune delle «schiacciate» che mostrerà nel capoluogo umbro. Montali, ci sono cattivi maestri nello pallavolo e nello sport in generale? «Il ruolo centrale nel mondo dello sport è quello dell’allenatore. È deputato ad educare, preparare ed allenare le persone, non solo dal punto di vista fisico, ma dando uno anche stile, una cultura, e nella pallavolo insegnando la regola fondamentale di fare gioco di squadra. I “cattivi maestri” sono quelle persone che fanno credere ai loro ragazzi, che per ottenere i risultati occorra intraprendere le strade del non lecito, della non perseveranza, della non rinuncia. Tutte quelle persone che non riescono a convincere gli atleti che per essere bravi giocatori ed uomini di sport occorra fare le cose secondo le regole e la coscienza». I coach, specie nelle attività giovanili, devono saper educare anche fuori del campo? «Si perché devono curare due stati di forma dei giocatori: il fisico nella destrezza, nell’abilità, nell’essere veloci e dinamici e la mente, perché occorre allenare gli atleti alla tensione, alla pressione, al migliorare culturalmente, allo sport di squadra». Vincere nella pallavolo spesso è una questione di centrimetri… Quanto conta la fortuna? «La sorte conta relativamente. Io non ho mai vinto niente per fortuna e non ho perso niente per sfortuna: tutte le cose che ho vinto nella mia carriera le ho conquistate solo grazie al lavoro. Bisogna fiducia nei propri mezzi, ma soprattutto credo siano tre le cose fondamentali per andare incontro alla fortuna: l’atteggiamento, l’atteggiamento, l’atteggiamento». Ovvero… «Ovvero finire una giornata di lavoro e chiedersi: oggi cosa ho imparato di nuovo, cosa potevo fare meglio. Questo vuol dire avere l’atteggiamento giusto per poter crescere e poter vincere». Vince la squadra, è vero, ma quanto è importante avere un fuoriclasse in campo? «La prestazione individuale è la chiave di volta del successo, ma se non viene messa al servizio della squadra non conta niente. Bisogna far capire ai ragazzi che si vince come squadra, oppure si viene annullati individualmente. Poi è chiaro che in un complesso ben organizzato chi ha talento emergerà nel modo giusto. Vedi Cisolla agli Europei». E l’altra squadra, quella che non si vede quanto è importante? «Ci sono due squadre vincenti: quella che scende in campo e quella dei massaggiatori, dei fisioterapisti, quella che non si vede mai, ma per la quale il coach deve avere particolare attenzione. Per me hanno lo stesso valore. Se l’altra squadra non funziona chi va in campo non potrà mai vincere». Che uso fa del computer nelle partite? «Ho otto assistenti che si occupano soltanto di studiare gli avversari al computer. Siamo gli unici a filmare tutto, dagli allenamenti alle partite: filmo la nostra squadra dal primo all’ultimo, e dopo ogni allenamento faccio il montaggio sugli errori sui difetti, sui punti di forza e punti deboli. Sono un maniaco della perfezione…». Conta più la prestazione o il risultato? «Nel mondo dello sport si vince in due modi: il primo, sicuramente quello più importante, è quello di mettere a terra l’ultimo punto dell’ultimo set. L’altro è far rendere al massimo il potenziale che hai a disposizione. Dipende da quali opportunità hai e a che livello alleni. Arrivare secondi alle Olimpiadi (sconfitta in finale ai Giochi di Atlanta), anche se tutti mi dicevano che è stato un grande traguardo, per me non è stata la cosa migliore». “Vincere non è tutto, ma perdere è nulla” è scritto su una striscia di Charlie Brown. Le piace questa frase? «La potrei scrivere sul mio epitaffio… Oppure quella che sarà anche il titolo del libro che farò in futuro: è tratta dal film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” quando Jack Nicholson, perdendo la scommessa mentre se ne va e tutti lo deridono, si volta e dice: “Si, è vero, voi ridete, ma io ci ho provato maledizione. Almeno io ci ho provato…”. Uno sguardo alla prossima Grand Champions Cup. Chi vince: l’Italia, gli Usa o il Brasile? «Noi siamo una squadra che riesce a fare risultato quando si allena per tanto tempo insieme, perché siamo gli unici a giocare in modo molto organizzato, basa tutto sugli allenamenti. Quindi andiamo con la preparazione che abbiamo, ma andiamo per provare a battere questo Brasile e questi Stati Uniti e non per partecipare». C’è un campione negli altri sport che vorrebbe allenare? Uno che le sta simpatico… «Mi piacerebbe lavorare con altri tecnici come Phil Jackson (coach dei Los Angeles Lakers di basket) o Alex Fergusson (tecnico del Manchester United): sono un po’ come me, fanno più i manager che gli allenatori. Come giocatori mi piacerebbe allenare il grande Michael Jordan, e nel calcio mi stimola tantissimo un giocatore come Cassano». Perché Cassano, che cosa ha che la intriga? «Credo sia un giocatore unico, con un grande potenziale, e un maestro nella gestione delle persone come Fabio Capello l’ha dimostrato. Nella pallavolo non esistono giocatori come Cassano. Sarebbe una bella sfida. Ricordo quando andai ad allenare a Roma: sembrava tutto impossibile e invece vincemmo lo scudetto». A proposito, chi lo vince quest’anno? «Dico Treviso con la possibilità di due o tre squadre che possono giocarsi la finale: Modena, Macerata e Piacenza». Lo scudetto del calcio a novembre sembra ormai una lotta a due. Non sarebbe opportuno introdurre anche lì i play off? «Nello sport emergono le società che hanno tutti e tre gli ingredienti per essere vincenti: società, giocatori e allenatore. Chi lavora meglio è giusto che vinca, e se vincono sempre le stesse società è perché sono le più organizzate. I play-off sono bellissimi e nella pallavolo servono per dare più attenzione al torneo, ma il calcio va bene così com’è».

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Settimanale d'informazione del Centro Sportivo Italiano Comitato di Ravenna

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