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Nelle politiche sociali lo sport può giocare un ruolo da “fuoriclasse”

Nelle politiche sociali lo sport può giocare un ruolo da “fuoriclasse”

Quando si chiede, e si tenta di ottenere, che nella nostra Costituzione sia inserito il riconoscimento del valore sociale dello sport, è facile sentirsi obiettare che non si tratta, poi, di una questione così importante. Tanti hanno difficoltà a rendersi conto che per gli italiani la pratica sportiva è ormai qualcosa di più di un hobby a perdere, è considerata un’attività intimamente connessa al miglioramento della qualità della vita dei singoli e della società nel suo complesso, e che quindi merita attenzione e tutela. Teoria? Niente affatto.

L’altro ieri a Roma, nel salone d’onore del Coni, è stata presentata una ricerca su “Gli italiani, lo sport e i valori sociali”, che ha confermato come gli italiani guardino allo sport come fattore di sviluppo sociale e civile. La loro fiducia si scontra, però, con un tasso di sedentarietà tra i più alti d’Europa, mentre i praticanti continuativi ristagnano al 38%. Tutto il mondo dello sport, perciò, è chiamato a fare di più e meglio, cominciando dalle fasce più giovani. Ne è consapevole il Coni, il cui presidente Malagò commentando la ricerca ha detto: «Vincere un’Olimpiade è tantissimo, ma non è tutto» e ha richiamato al Comitato Olimpico la responsabilità di occuparsi anche dello sviluppo dello sport sociale, inteso come mezzo per realizzare un Paese migliore.

Coni ed Enti di promozione non sono competitor, sono parte dello stesso mondo con responsabilità diverse nell’ottica di una strategia condivisa. Purtroppo, come poi ha lucidamente puntualizzato Luca Pancalli, ci si trova a fare i conti sul territorio con politiche dello sport insufficienti, considerate non prioritarie dagli Enti locali per via di una visione “arcaica”, per cui lo sport è visto esclusivamente come terreno di manifestazioni e non – anche e soprattutto – come un pezzo del welfare. In questa Italia che attraversa un momento tra i più difficili della sua storia bisognerebbe investire in fiducia nella capacità dello sport di migliorare la qualità della vita e contribuire a ricostituire il tessuto sociale, lavorando sui temi dell’educazione, della salute, dell’integrazione.

Se così è, più che di politiche sportive “separate” bisognerebbe pensare a politiche sportive integrate nelle politiche sociali, al cui interno lo sport può davvero recitare il ruolo del fuoriclasse. Per restare nel gergo sportivo, nella “squadra” dello sport sociale il compito del centrocampista che tampona e costruisce gioco va riconosciuto allo sport in oratorio. La ricerca ci dice che lo sport diminuisce in densità e che oggi solo il 3% circa dei milioni di giovani praticanti parte dall’oratorio. Se è così, è una grande potenzialità sottoutilizzata. Le 29mila parrocchie distribuite ovunque rappresentano un patrimonio straordinario, cui affidare il compito di migliorare l’esperienza educativa attraverso lo sport, proponendo l’attività sportiva come esperienza di senso, animata da valori umani e sociali forti. In tanti luoghi tra i più disagiati la parrocchia c’è, avamposto di contrasto al degrado. Poggiando sulle parrocchie lo sport può raggiungere e permeare anche i “buchi neri” del nostro tessuto civile, aiutando il Paese a trovare la strada perché i valori sociali siano più dentro le persone. In questa partita di civiltà lo sport riconosce grandi responsabilità, ma ha bisogno di supporto senza pregiudizi.

L’autore - Chi è Massimo Achini

Massimo Achini, nato a Milano nel 1965, è Presidente Nazionale CSI e Vice Presidente del Comitato di Milano

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