Quando il calcio finisce in fuorigioco

Non so se il giudice Alvaro Bigotti, respingendo il ricorso del Genoa, con la motivazione che la competenza sulla vicenda spetta al Tar del Lazio, abbia fatto davvero un favore al calcio. Sul piano giuridico, la decisione non fa una piega, visto che lo prevede una legge, per la verità approvata solo per impedire che le grane interne dello sport si arenassero nei tribunali della Penisola. Il fatto che ogni disputa finisca davanti a un Tar geograficamente vicino ai vertici dello sport, ha di fatto ammanettato la possibilità che alla fine fossero i tribunali ordinari a mettere ordine e razionalità. Il sospetto diffuso è che il sistema venga gestito con criteri di scarsa equità, distinguendo tra figli e figliastri, assicurando l’impunità ai "ricchi" e fucilando i "poveri". La vicenda della valigetta piena di euro e delle frasi sospette non depongono a favore del Genoa, ma è anche vero che in passato responsabilità altrettanto gravi avevano fruttato condanne più miti rispetto al doppio salto mortale, dalla A alla C, imposto ai rossoblu. La storia della giustizia sportiva in Italia è piena di sentenze molto "politiche" e poco "sportive", per cui un passaporto taroccato o una fideiussione fasulla hanno portato a giudizi diversi secondo l’imputato. L’unica volta in cui i "potenti" hanno pagato con una condanna è stata quando la magistratura ordinaria ha messo il naso nella faccenda del doping juventino e la giustizia sportiva non ha fatto una piega. I nodi che rendono improbabile un’inversione di tendenza sono essenzialmente due: da un lato c’è un declino etico che nessuno si cura di arrestare, per cui tutto si può fare, anche gareggiare con l’Epo nelle vene o con credenziali false; dall’altro è venuto meno quello che ha tenuto insieme il nostro sistema sportivo per decenni: il concetto di mutualità. La mutualità è finita nel calcio allorché si è deciso che la torta dei diritti televisivi andava spartita non con una fetta uguale a testa, ma secondo il criterio di forza, per cui pochi hanno difficoltà a digerire e molti hanno la pancia vuota. Guarda caso, è da allora che il calcio è naufragato nei tribunali. Accade così che società gloriosissime falliscono per molto meno dei pochi milioni di euro che costa il terzo o quarto attaccante panchinaro dei club che contano. Che in questo sistema, ormai privo di giustizia e di solidarietà interna, le lancette dell’orologio possano essere riportate all’indietro non ci crede nessuno. Meglio, molto meglio, sarebbe mettersi al tavolo tutti insieme – gente dello sport, ma anche della politica, dell’economia, dei media, del mondo del lavoro e della società civile – e ripensare l’intero meccanismo dello sport italiano. Pretendere che lo sport degli oratori e quello delle società quotate in borsa sia tutt’uno, e possa essere gestito a livello unitario nel segno della pari dignità, come pure dovrebbe, è solo un’utopia, perché c’è chi dallo sfascio trae vantaggi. La "rivoluzione" per cambiare il sistema deve partire dal basso, da quella decina di migliaia di società sportive di oratorio, di quartiere, di paesi impegnate nella promozione di uno sport che educa e che fa crescere come campioni, ma soprattutto come cittadini. La questione tocca anche un’associazione come il Csi: il caos, la deriva etica, la fiera degli egoismi rendono sempre più difficile proporre tra i giovani lo sport come scuola di vita. Per troppi di loro l’attività sportiva comincia a essere solo fitness, divertimento opzionale, esibizionismo, consumo, moda. In nome e nell’interesse dei giovani, diventa prioritario lavorare affinché le istituzioni capiscano, a ogni livello, la necessità di ridisegnare e sostenere almeno la mappa dello sport giovanile, evitando di prendere in considerazione soltanto le esigenze dello sport spettacolo, che appare come industria da tutelare, ma poco o nulla aggiunge alla costruzione del futuro capitale umano del Paese. di Edio Costantini Presidente del Centro sportivo italiano (Csi)

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