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Quando il regolamento uccide la dignità dell’uomo

Quando il regolamento uccide la dignità dell’uomo

Tempo fa un allenatore mi chiese che senso avesse un Ente di Promozione Sportiva come il CSI, che dichiara la propria ispirazione cristiana. Cos’ha di diverso? Cosa lo differenzia da una Federazione del CONI? O meglio, cosa distingue una partita di basket di un Campionato provinciale organizzato dal CSI da una analoga partita del campionato Fip? Macroscopicamente nessuna differenza, ci verrebbe da dire; il basket è basket qualunque sia l’Organismo che lo organizza. E se andiamo a vedere una partita in una palestra di Ravenna non riusciamo a capire che campionato sia. Tuttavia la storia del CSI ci insegna che questo organismo nasce nella Chiesa con l’ambizioso obiettivo di “educare attraverso lo sport”, cioè quello di dare un significato cristiano a ciò che si fa, difendendo la solidarietà e i diritti degli ultimi; insomma interpretando le regole partendo dalla centralità dell’uomo e dalla sua dignità di figlio di Dio. Ed in effetti nel leggere i quotidiani c’è da concludere che, nel pomposo mondo dello sport “federale” che tanti soldi riceve dallo Stato a suo sostegno, ve n’è un gran bisogno.

Nello scorso autunno la stampa ha pubblicato, tra le tante, due notizie agghiaccianti. Nella prima, ci troviamo ad Orbetello, in una partita di pallavolo di serie B2; un livello non prestigioso ma un traguardo straordinario per una cittadina di soli 15mila abitanti e per il suo allenatore Andrea Bartolini. Andrea però ha un grande cruccio: Matteo, il figlio di 20 anni, è affetto da sindrome di Down. Matteo è diventato la mascotte della squadra e della città, e ogni domenica il bravo papà lo porta con sé in panchina; per questo ragazzo la squadra diventa l’unica ragione di vita. Ma nella trasferta di Sesto Fiorentino, trova sulla strada due arbitri, inflessibili tutori della legge, che gli dicono “No, il regolamento vieta che siedi in panchina, vai a sederti dietro”. Matteo è buono e obbedisce tra le lacrime; il papà protesta con forza, gli arbitri lo espellono con successiva squalifica. Il volley piomba in una polemica infinita e né l’intervento del Coni, né il dietrofront della Fipav, placheranno l’indignazione causata da due così ottusi sceriffi travestiti da arbitri.

Il secondo episodio ci porta su un campo da calcio vicino a Empoli dove si gioca una partita di Allievi (giovani di 15-16 anni). All’improvviso un malore coglie un ragazzo, che si accascia a terra privo di conoscenza. Un giovane avversario lo soccorre salvandogli la vita e la gara resta ferma a lungo in attesa dell’ambulanza. Tutti i ragazzi piangono impietriti; insomma, per lo shock è impossibile proseguire. I due allenatori decidono in accordo di sospendere lì la partita e di ripeterla con più serenità qualche settimana dopo. L’arbitro è contrario perché “the show must go on” e fa rapporto al Giudice Sportivo il quale, pur capendo lo spirito di squadra e la forte umanità della situazione, non può non applicare il regolamento punendo con la sconfitta a tavolino entrambe le società.

Sono solo due esempi raccapriccianti di uno sport umanamente degradato, dove la dignità della persona, i suoi sentimenti e il suo valore assoluto sono soffocati dalla indifferenza e dalla ottusa applicazione di una ottusa regola; una regola scritta come difesa dai comportamenti scorretti, ma poi applicata così rigidamente da diventare essa stessa scorretta. Al CSI invece si insegna agli arbitri che MAI una regola può essere più importante dei giocatori per i quali è scritta, e che MAI essa può prevaricare la loro umanità. D’accordo, non esiste uno sport cristiano e uno laico, ma di certo può esistere un modo cristiano di viverlo.

L’autore - Chi è Marco Guizzardi

Vicepresidente provinciale, Consigliere di Presidenza Nazionale, Responsabile del Team Nazionale Innovazione e Tecnologia, Responsabile Nazionale Ufficio Rendicontazione Coni

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