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Razzismo: l’abitudine fa diventare sordi. Più severità e sanzioni alternative.

Razzismo: l’abitudine fa diventare sordi. Più severità e sanzioni alternative.

Riceviamo questa lettera da una società di calcio: “Abbiamo da un paio di anni un ragazzo nigeriano in squadra e non abbiamo mai avuto particolari problemi. Già la stagione passata in occasione della semifinale del campionato abbiamo assistito ad un episodio di razzismo spiacevole ed indegno al quale avremmo sperato di non dover più assistere il “NO” fermo al razzismo emerso in riunione ad inizio stagione. Ma è nuovamente accaduto lunedì scorso da parte dei tesserati e del pubblico della stessa squadra avversaria. Sono veramente molto amareggiato che non vengano mai presi provvedimenti né dal direttore di gara durante (che in questi casi non sentono mai niente), né dallo stesso Comitato che permette il perdurare di questa situazione senza mai sanzionare di fatto questi atteggiamenti. La società si auspica che vengano presi seri provvedimenti in questione, confidando in futuro nell’eventualità di poter far leva anche su strumenti informativi diversi. Si scende in campo per divertirsi, fare gruppo e vincere, però sempre nel rispetto della persona, anche di chi ha una storia diversa dalla nostra.”

Il CSI non può che dirsi dispiaciuto e amareggiato da comportamenti inaccettabili come quelli riferiti, dai quali prende decisamente le distanze. Non fa certamente parte della cultura di questo Ente la tolleranza di discriminazioni o di insulti gratuiti sulla base di differente età, sesso, razza, religione, ceto sociale o capacità; per definizione il CSI è un Ente che non solo è aperto a tutti ma che, anzi, incoraggia la convivenza e l’amicizia tra persone anche profondamente diverse tra di loro, come un valore fondamentale su cui costruire una società civile più giusta ed umana. Ne sono testimonianze concrete sia il fatto che tra gli stessi arbitri del CSI vi sono da anni operatori extracomunitari di diverse etnie e religioni, ma ne sono testimonianza viva le attività che facciamo tutti i giorni, dalla lotta contro la selezione tecnica e lo sport per tutti, all’ultimo torneo di pallavolo di domenica scorsa a Ravenna, interamente finanziato dal CSI locale, dove atleti disabili e atleti normodotati si sono mescolati per giocare assieme per due giorni.

Non si può quindi certamente parlare di un Ente che “permette il perdurare” di situazioni di discriminazione e razzismo; anzi è necessario assicurare il massimo impegno, d’ora in avanti, nel sensibilizzare gli arbitri a porre la massima attenzione ad ascoltare e segnalare episodi di questo genere. Certe stupide frasi sono talmente entrate nel linguaggio comune che spesso (colpevolmente) non ci si fa più caso e quasi non le si sente più o non si dà loro il giusto peso; non in malafede, ma per “abitudine” a sentirle. Questo non deve succedere; la nostra società civile si è fin troppo abituata a frasi di razzismo verso chi proviene da altre regioni d’Italia o del mondo. Successe così con la bestemmia e succede così ora con queste espressioni razzistiche. Però con l’impegno di tutti abbiamo ridotto il linguaggio blasfemo in campo e con la stessa energia dobbiamo fare fronte comune contro il razzismo, verso chiunque ed in qualunque forma esso sia espresso.

Sono convinto che dare eccessiva risonanza mediatica a questa cosa sia controproducente, soprattutto perché (il caso delle “banane in campo” di qualche tempo fa, lo dimostra) si stimola la emulazione e a volte si ottengono effetti opposti di ampliamento del fenomeno che sfuggono alla volontà e al controllo. Se ne deve parlare, certo, ma con discrezione e correttezza, evitando di incorrere nel medesimo errore dei “razzisti”, quello cioè di “puntare il dito” sulle persone. Credo, invece, che piaghe come questa siano più efficacemente contrastabili puntando al risultato più che al clamore, attraverso un dialogo con chi manifesta queste intolleranze, sensibilizzando gli arbitri a non fare l’abitudine a queste cose ma ad “ascoltare” e a “riferire”, e assumendo sanzioni che siano di esempio per tutti verso la società sportiva e verso i singoli giocatori. Ma anche studiando forme di sanzioni accessorie o “alternative”che siano esemplari e che portino le persone a intraprendere un percorso di riflessione. Possiamo anche infliggere due mesi di squalifica a giocatori razzisti, pur sapendo che corriamo il rischio che al termine tornino in campo ancora più incattiviti; forse sarebbe più efficace sospendere la squalifica e, attraverso una deroga speciale, portarli a giocare due mesi in una squadra fatta di soli extra-comunitari. Sono certo, anzi certissimo, che una esperienza umana come questa sarebbe più efficace di mille squalifiche.

L’autore - Chi è Marco Guizzardi

Vicepresidente provinciale, Consigliere di Presidenza Nazionale, Responsabile del Team Nazionale Innovazione e Tecnologia, Responsabile Nazionale Ufficio Rendicontazione Coni

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