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Regolamento palestre: Ravenna è fuori-legge?

Regolamento palestre: Ravenna è fuori-legge?

Nella primavera 2013 l’Assessore allo Sport Guido Guerrieri, decise di “mandare in pensione” il regolamento comunale per la concessione delle palestre alle società sportive, che era stato scritto durante la gestione di Sefi Idem e che fino a quel giorno aveva perfettamente funzionato, per uscire con un nuovo regolamento comunale, accompagnato da un importante rialzo delle tariffe di locazione, che era tutt’altro che simile a quello precedente. A parere di molti, questo passaggio fu frettoloso e gestito male; fu convocato un incontro di “discussione” con le società utenti (alle quali però non fu consegnata una bozza dell’articolato) che si trovarono d’improvviso a doversi esprimere su un regolamento di 22 articoli senza averlo mai letto né prima, né durante, né dopo. Ovviamente chi si trovò in quella occasione non poté più di tanto fare dei rilievi su un testo complesso che non conosceva, e da qui la conclusione dell’Assessore fu che, non essendovi state obiezioni rilevanti, il regolamento dopo discussione con le società sportive era ritenuto in un certo qual modo come “approvato” dalle stesse, parandosi i fianchi da ogni possibile attacco.

Solo una furente polemica messa in piedi dal CSI a difesa delle società sportive di base, costrinse l’Assessore Guerrieri ad indire in fretta un secondo incontro, dove le società, con la bozza sotto mano, iniziarono a fare rilievi sensati. Chi era presente ricordò bene l’imbarazzo di Guerrieri che, messo di fronte ad incongruenze colossali, continuava a dire che non capiva i rilievi in quanto il nuovo regolamento, a suo dire, era identico a quello vecchio (e allora perché rifarlo?), ma alla fine, dinanzi a dimostrazioni evidenti, chiese tempo per rileggerlo meglio (?!?) e confrontarlo con il vecchio regolamento per apportare poi alcune delle correzioni suggerite. Al di là della situazione veramente imbarazzante di un Assessore che difende un atto che probabilmente hanno scritto altri ma soprattutto che evidentemente non aveva nemmeno letto a fondo poiché dimostrava di non conoscerne nemmeno la filosofia e i risvolti pratici, alla fine si concluse forzando i tempi e fu tutto portato alla approvazione del Consiglio Comunale che, forse anch’esso senza conoscere il testo, lo ha licenziato positivamente.

Il vero problema è che le magagne prima o poi iniziano a saltare fuori e col tempo si scopre all’articolo 6 del regolamento, laddove si enumerano i criteri di priorità con cui assegnare le palestre alle società sportive, che il primo criterio è “avere sede legale nel Comune di Ravenna e svolgere la propria attività prevalentemente nel Comune di Ravenna”. Chi ha redatto il testo forse stava mirando a qualcuno in particolare poiché esso non tiene affatto conto del vero testo di Legge a cui ciò si riferisce e a cui i regolamenti comunali di tutta Italia si devono ispirare, è cioè la Legge Finanziaria 2003. In quella legge (la famosa Legge 289/2002), che è l’ultima emanata in materia, all’art. 90, che si occupa di attività sportiva dilettantistica si legge testualmente nel comma 26 che le palestre e gli impianti sportivi “devono essere posti a disposizione di società e associazioni sportive dilettantistiche aventi sede nel medesimo comune in cui ha sede l’istituto scolastico o in comuni confinanti”. Come noto, i comuni confinanti con quello di Ravenna sono Alfonsine, Argenta, Bagnacavallo, Bertinoro, Cervia, Cesena, Comacchio, Forlì e Russi.

La legge dello Stato (promulgata dall’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi) è perciò chiara e inequivocabile in due punti. Per prima cosa non si parla di “attività prevalente” in un Comune ma semplicemente di “sede”, e per seconda cosa le società che hanno sede nei comuni confinanti sono parificate e quindi hanno gli stessi diritti (e priorità) di quelle “residenti”. Quindi, per essere chiari, una società sportiva di Cesena o di Argenta, che pure svolge in quel territorio tutta la sua attività istituzionale, può tranquillamente richiedere di espandere la sua attività sul territorio del Comune di Ravenna. In base al citato comma 26 essa avrà la stessa parità di trattamento rispetto alle società “residenti” nel Comune e ad essa devono essere concesse delle ore. Non può perciò essere rifiutata la concessione di palestre di Ravenna a società che hanno sede in comuni confinanti, poiché esse hanno pari diritto di quelle che hanno sede nel Comune. Pertanto non possono essere discriminate né escluse, in base al comma 24, ben richiamato dall’art. 1 della Legge Regionale n. 11 del 06/07/2007 che al comma 3 testualmente dice che “l’uso degli impianti sportivi deve improntarsi alla massima fruibilità da parte di cittadini, di associazioni e società sportive, di federazioni ed enti di promozione sportiva e di scuole, per la pratica di attività sportive, ricreative e sociali ed è garantito, sulla base di criteri obiettivi, a tutte le società ed associazioni sportive che praticano le attività a cui l’impianto è destinato.”. Quando si dice la parola “tutte”, non vi sono dubbi che ci si riferisce quantomeno a “tutte quelle che ne hanno pari diritto” e quindi anche a quelle di comuni confinanti. E quando si dice “criteri obiettivi”, la Legge Regionale parlava di criteri “veramente” obiettivi.

Ora in verità, il regolamento comunale di Ravenna distorce in modo evidente la Legge 289 e nega invece questo diritto a una società, ad esempio, di Bagnacavallo che non può lavorare su Ravenna. Non solo, ma lo negherebbe anche, solo per esempio, ad una società che avesse sede a Ravenna, ma che in città ha 50 tesserati ma ha anche attività a Russi dove, per sua fortuna, ne ha 60. Se l’attività extra-Comune (Russi) supera quella dentro al Comune (Ravenna), in sintesi, verrebbe esclusa dai criteri di priorità per l’assegnazione delle palestre a Ravenna. Insomma per avere diritto ad esistere a Ravenna, devi “abitare” a Ravenna e lavorare prevalentemente per Ravenna. Dove stia scritto non si sa, e lascia sbalorditi una simile “razzismo” poiché neppure la legge sull’immigrazione fa simili discriminazioni; sembra quasi di essere ritornati all’era feudale. Eppure non è così nei Comuni limitrofi dove è più che normale che una società che ha sede in un comune lavori anche in un altro ed, anzi, spesso proprio grazie a questa “migrazione” di competenze tecniche si riescono a trovare grandi risultati agonistici. Figuriamoci poi se il Comune di Forlì avesse applicato questa regola al Porto Ravenna e gli avesse negato l’uso del Palazzo dello Sport solo perché ha sede a Ravenna… Magari il nostro Sindaco sarebbe insorto senza sapere che il suo regolamento dice così?

Ma al di là della ironia resta un enorme dubbio: se una società venisse esclusa perché non ravennate “purosangue”, potrebbe ricorrere al TAR? Potrebbe in quel caso vedersi dare ragione da Bologna? Il regolamento comunale di Ravenna è forse al di fuori della legge? E che figura ci farebbero il Sindaco, l’Assessore e tutta la loro corte di dirigenti e funzionari, dinanzi ad una ridicola evenienza del genere? Il forte dubbio che la Legge sia chiara ma che poi ognuno a casa sua la applica come vuole, anche negando diritti sacrosanti, diventerebbe imbarazzo o forse rabbia se si dovesse scoprire che a farlo fosse proprio una Amministrazione Pubblica.

Resta solo lo stupore dinanzi all’inazione del Comune ravennate, ben capace di fare candidature ma meno svelto nel gestire le emergenze della città, e che continua ad incaponirsi a non voler riconoscere che la situazione delle palestre di base è letteralmente da panico. Non riusciamo neppure a farci stare le nostre società sportive come si deve, figurarsi a trovare ore per società “straniere”, che pure ne avrebbero diritto…! Eppure un palatenda come si deve, riscaldato, illuminato e con spogliatoi, può costare 500mila euro o, fatto in economia, anche il 20-30% in meno. E’ possibile che in un bilancio annuale di oltre 150 milioni di euro, non si vogliano trovare 200mila miseri euro all’anno che per 10 anni, ci consentirebbero di costruire 4 belle tensostrutture di base in città che risolverebbero TUTTI i problemi? A Ravenna tutto è possibile; altri Comuni più piccoli qui vicino e meno “candidati”, stanno seriamente iniziando a pensarci e, senza “regolamenti capestro”, cominciano a diventare molto “attraenti” per le nostre società sportive. Finirà forse che oltre ad chiudere le porte alla “importazione” di sport, ne favoriremo la esportazione a favore di amministrazioni più sensibili e più furbe.

NB – Il regolamento del Comune di Ravenna, la Legge 289/2002 e la Legge Regionale 11/2007 sono reperibili integralmente su internet facendo una banale ricerca con Google.

L’autore - Chi è Marco Guizzardi

Vicepresidente provinciale, Consigliere di Presidenza Nazionale, Responsabile del Team Nazionale Innovazione e Tecnologia, Responsabile Nazionale Ufficio Rendicontazione Coni

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