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Risse in campo per un fasullo diritto al gioco

Risse in campo per un fasullo diritto al gioco

Ha suscitato piuttosto scalpore l’episodio di sabato 23 gennaio, quando una partita di calcio Juniores del campionato FIGC locale è stata sospesa per rissa e minacce fisiche verso l’arbitro da parte di alcuni giocatori del Marina Calcio. Alla notizia, apparsa subito in rete, è seguita la solita sfilza dei più disparati commenti pubblici, spesso fin troppo intrisi di demagogia come si può facilmente immaginare. Di certo resta il fatto che sono scene raccapriccianti, alle quali proprio non riusciamo ad abituarci, soprattutto quando avvengono in una partita del settore giovanile. Anzi, scene alle quali non dobbiamo mai assuefarci, che non vanno più date per scontate perché tanto ormai si tratta “come sempre del solito calcio”, scene che ci devono ogni volta stupire e interrogare, perché non c’è nulla di peggio per una società civile che abituarsi al male. La percezione che abbiamo, infatti, è che purtroppo ci si sta veramente abituando al male, stiamo diventando indifferenti e vaccinati, cominciamo a considerarlo un evento naturale e, anziché respingerlo, lo accettiamo cercando di arginarlo e trovargli un qualche posto nella nostra società. È l’anticamera di quel nichilismo che serpeggia nelle nostre strade, scuole, istituzioni e famiglie, per il quale tutto è indifferente e quindi oltremodo accettabile, dove l’affermazione del desiderio personale di fare o avere qualcosa si trasforma nella affermazione del diritto assoluto ad averla o farla.

Più volte, anche su queste colonne, abbiamo sostenuto il diritto di tutti i ragazzi a giocare; quando però si arriva alla violenza o alla minaccia e, come in questo caso, anche ripetuta e recidiva, allora non è più un gioco e questo diritto si perde. Ciò vuol dire che non possiamo solo scaricare la colpa sulle famiglie, quasi per lavarci la coscienza. In mezzo abbiamo da una parte una Federcalcio che punisce in modo automatico e indifferente alla prevenzione. Il ragazzo rientra dalla squalifica ed è ancora più rabbioso di prima; è evidente che è un modello di sanzione che non previene perché non insegna. Dall’altra abbiamo anche delle società sportive, ci dispiace dirlo, che mostrano dei forti limiti nella loro capacità di educare; certe dinamiche di branco vanno capite e bisogna intervenire in modo esemplare. Rimetterli in campo dopo una squalifica, come se nulla fosse successo, ci dice che la società sportiva stessa non ha capito la situazione ed è incapace di avere un ruolo educativo. A Ravenna si parla di “certificazione etica” delle società sportive; ma il tema è così complesso che non può essere risolto con un semplice “bollino” a pagamento. L’etica educativa è roba seria perché il successo sportivo di una squadra non giustifica la sua supina accettazione di ogni gesto sconsiderato; un comportamento inadatto e irrecuperabile toglie al ragazzo il diritto di continuare a scendere in campo, e ciò prescinde dal fatto che il giovane abbia “i piedi buoni”. Può tranquillamente vivere anche senza il pallone, perché per avere il vero diritto di giocare non bastano i piedi buoni ma ci vuole la testa giusta, la testa di un ragazzo che ha un solo desiderio: giocare, “giocare” davvero.

L’autore - Chi è Marco Guizzardi

Vicepresidente provinciale, Consigliere di Presidenza Nazionale, Responsabile del Team Nazionale Innovazione e Tecnologia, Responsabile Nazionale Ufficio Rendicontazione Coni

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